La tempesta

Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra col dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. E’ qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l’altro. Non troverai sole né luna, nessuna direzione, e forse nemmeno il tempo. Soltanto una sabbia bianca, finissima, come fatta di ossa polverizzate, che danza in alto nel cielo. Devi immaginare questa tempesta di sabbia. E naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. E’ una tempesta metafisica e simbolica. Ma per quanto metafisica e simbolica, lacera la carne come mille rasoi. Molte persone verseranno il loro sangue, e anche tu forse verserai il tuo. Sangue caldo e rosso. Che ti macchierà le mani. E’ il tuo sangue, e anche sangue di altri.
Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia.

Haruki Marukami – Kafka sulla spiaggia

La ragazza che non era lei… letto

Nell’ormai lontanissimo 2005 feci un brevissimo post per segnalare l’uscita del libro per annunciare al mondo che avrei voluto leggerlo al piu’ presto.

Con i miei consueti tempi pachidermici, quest’estate ho finalmente letto quel libro e dato che poco fa mi sono ritrovato a scriverne su di un forum, volevo riportare anche qui la mia piccola minimalista e breve recensione.

“La ragazza che non era lei”, di Tommaso Pincio, e’ DELIRIO allo stato puro. Visionario. I suoi libri sono tutti dei viaggi psichedelici fatti di parole, dove si viene trasportati in mondi e realta’ alternative, da dove si ha sempre una visione acida del mondo.
Questo libro, in particolare, e’ un sussegguirsi di eventi che ci trasportano in mondi fatti di polvere, in ricordi di mondi inesistenti e in nostalgici flashback da figli dei fiori hippy anni 60, mondi popolati da macchine fabbrica escrementi e persone alle quali non si puo’ parlare di alberi messicani, dove si ascolta solo la radio del Karma che trasmette sempre una sola canzone, dove la polvere e’ un organo di controllo e una droga potentissima e dove le citta’ sono disposte sulle mappe in ordine alfabetico.

Un puro viaggio all’interno di una mente psicotica e dissociata dalla realta’ alla fine del quale non e’ detto che si riesca a capire quale fosse veramente il filo conduttore e dove l’autore ci abbia voluto portare.

Personalmente mi e’ piaciuto tantissimo, come anche gli altri dello stesso autore, pieno di riferimenti anni 60/70, stracolmo di interessanti spunti di riflessione sulla realta’ osservata attraverso gli occhi di personaggi che vivono storie allucinogene. nonostante l’articolazione del messaggio, il libro e’ scritto molto bene, scorrevole e per citare una recensione di un altro suo libro di qualche anno fa, sembra scritto in americano e poi tradotto, mentre invece lo scrittore e’ italianissimo di origine romana

Voto: This entry has a rating of 4

Un incontro che cambia la vita

Uno pensa che la propria vita sia rimasta confinata in uno spazio troppo angusto. Una cittadina di poche migliaia di abitanti, una casa tanto anonima che si fa fatica a riconoscerla quando ci si torna, un televisore con le notizie dal mondo. Gli stessi pensieri tutti i giorni e un tono di grigio che sembra soffiato col vaporizzatore per come riesce a stendersi omogeneamente su tutto. Cosi’ uno pensa che lasciando la propria casa sia possibile trovare una via di scampo, aprirsi a quello che c’e’ fuori e diventare piu’ grandi e dare senso al fatto che in qualche modo si e’ ancora vivi, un senso che non sia un vero e proprio significato ma soltanto qualcosa d’imprevisto, di estraneo alle geometrie degli spazi angusti. Un incontro, magari. Una ragazza che ti sorride come fosse nata in quel preciso istante. Poi uno si chiede perche’ mai una cosa del genere dovrebbe essere cosi’ potente da cambiarti la vita e la risposta e’ no, non la cambia affatto. E se anhce la cambiasse, il cambiamento sarebbe solo una questione di densita’: stesso spazio angusto, ma con una persona in piu’ che invece di sorriderti come fosse appena nata ti lancia occhiate piene di risetimento. Pero’ uno pensa pure che non e’ mica detto, che non sta scritto da nessuna parte che gli incontri devono finire tutti allo stesso modo, ma se pure fosse, perche’ farsi dei problemi su come andra’ a finire, quando a quello ci pensano gia’ le cose e gli amori? A finire cioe’. Quand’e’ cosi’, a uno viene da pensare che tutto sommato valga comunque la pena di partire. Di provare.

(un amore dell’altro mondo – Tommaso Pincio)

Le cose accadono

all’inizio le cose capitano come niente, nel senso che capitano e basta. poi le cose si incastrano tra loro e quel niente non basta piu’. non basta piu’ perche’ cominci a provare la sgradevole sensazione di essere rimasto incastrato nelle cose o, peggio ancora, che le cose ti abbiano incastrato. e quando non basta piu’, come niente ti fai venire strane idee, nel senso di idee sbagliate. pensi di poter prendere le cose di petto e chiedere spiegazione. pensi di poterle guardare dritto negli occhi, le cose, e di sbottare, Ma perche’ cazzo siete capitate a questo modo? dico, dici, ma vi sembra questo il modo? le cose niente, come non avessi parlato. perche’ le cose non conoscono l’educazione e non la smetteranno certo di incastrarsi perche’ ti sei sforzato di guardarle negli occhi.
e non e’ nemmeno detto che le cose ce l’abbiano, gli occhi. in fondo, visto il modo in cui capitano, non sembra che ne abbiano tutto questo bisogno. anzi. recenti statistiche dimostrerebbero che spesso la storia – il termine tecnico con cui gli studiosi chiamano l’incastrarsi delle cose – e’ come l’amore, cioe’ cieca. questo pero’ non spiega come le cose riescano a incastrarsi cosi’ bene. ci dice solo che non possiamo fare a meno di sentirci raccontare delle storie e di innamorarci della persona sbagliata[...].

(tommaso pincio – lo spazio sfinito)